Quella mattina l’aria era fredda nella piccola stazione. La voce metallica chiamava i treni in partenza sulla gente che s’affollava.
L’uomo raggiunse la panchina sotto il grande orologio che scandiva i secondi di una lunga giornata da vivere.
Quando l’altoparlante ridestò il suo interesse per il treno in arrivo, la vide. Dopo dieci anni s’era tinta i capelli. A meno di cinque metri ora, la osservò dal letto mentre s’infilava la gonna, molto tempo prima. L’orologio sulla sua testa batteva i rintocchi di una vita fuggita via.
Capì che non era più una ragazza, ma non si fece domande. S’erano ritrovati in una triste giornata di dicembre, dopo anni selvaggi trascorsi lontano.
Non trovò il coraggio di chiamarla con quella marea nel cuore. Le avrebbe voluto raccontare di quella sorpresa inattesa e delle sue emozioni mai sopite. Il finestrino del vagone ora la incorniciava. Usciva dalla sua vita di nuovo, attento a non calpestare nulla del suo cuore. Lontano dalla panchina dove lei ora sedeva. L’orologio sulla sua testa segnava gli istanti di una vita troppo lunga da vivere se si è soli.
(Scritto il 28 gennaio 1998, editato il 28 gennaio 2008)
digitato da: dyd777 a gennaio 31, 2008 01:44 |
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pensieri, racconti
Stamattina affronti i marciapiedi con sandali infradito, una minigonna jeans ed una canottiera bianca che ti lascia scoperta la schiena. A scalare la tua mente 15.000 canzoni che risalgono i fili bianchi dell’I-Pod.
Chiavi in mano entri nel parcheggio in riva al mare. Hai letto l’oroscopo, “Cambiamenti repentini ti regaleranno il futuro”, fatto la doccia col tuo bagnoschiuma alle erbe e districato i nodi dei lunghi capelli ora al vento. Eserciti la tua impegnata solitudine. Alla ricerca della macchina.
Arrivi dove credevi che fosse, ma lo spazio vuoto, non lascia scampo.
Si sa, nei parcheggi è facile confondersi.
Giri su te stessa, muovi lo sguardo oltre le decine di ruote e colori presenti a quell’ora. Che stupida, eccola là.
Tra voi, migliaia di canzoni risuonano vorticose.
Arrivi che sai di esserti sbagliata. Di nuovo. Osservi il percorso fatto. Tutto giusto. Aygo grigia, ma non riconosci la targa né l’abitacolo.
Controlli l’ora e l’impazienza gira le lancette.
Quello che fai è raggiungere il posteggiatore che vende quotidiani a metà prezzo. “Al solito posto Lara, dove l’hai messa ieri sera”.
Solo che il parcheggio si dilata. Dopo mezz’ora sei rassegnata. Siedi tra anime di latta provvisorie. Colorate, raccontano la vita di ognuno. Seggiolini per bambini, secchielli che spuntano dal portabagagli, peluches infilati nei sedili, cicche sghembe nei posaceneri.
Nella tua hai lasciato il tuo lavoro, qualche notte rubata con uomini amati da lontano, amici sul sedile posteriore. Chilometri dentro al motore, libri che allevano parole, fotografie familiari.
Hai parcheggiato la tua vita in mezzo alle altre e non ricordi dove. Nei parcheggi è facile confondersi. Si sa.
Quando la scorgi capisci. Ferma al sole sulla riva, due bambini rimbalzano il pallone contro l’abitacolo bruciato. I vetri infranti accolgono la sabbia molesta e gli schiamazzi.
Quando ti avvicini alla scatola raggrinzita neanche i sedili a salutarti. Il telaio incornicia la sabbia rovente di mezzogiorno.
Sfiori col dito i graffi rossi sul lunotto posteriore e comprendi che lì si è sparata un colpo in bocca. La tua vita.
Scegli il compromesso di una metropolitana, stamattina. Resta il tempo di cercare qualcuno da rendere felice, farsi un paio di amici veri, pagare i conti e ritirare il saldo scritto di fianco al "TOTALE".
Stai attenta però. E’ facile confondersi.
[Nota del 19 maggio 2008: il racconto è stato pubblicato all'interno della rivista letteraria @phorism.it - Clicca qui per leggere la recensione e il racconto]
A fianco c’erano Patty Pravo e Monica Vitti. Davanti Greta e Mina.
La brezza marina scontornava la serata fresca raggiungendoli anche lassù, sotto i riflettori di quel palco sulla sabbia.
La telefonata l’aveva trovato il pomeriggio precedente. Anna Oxa aveva detto: “Fregene, stabilimento Blue Marlin, ore 21. In tiro per un’altra serata di quarantenni”.
Era lì, tra occhiate curiose e salsedine. Patty gli diede uno spintone mentre lo incitava, muovendo la testa. Quella sera il trucco alla Marilyn sembrava nasconderlo meno del solito. La verità è che da quando l’aveva incontrata, troppi pensieri lo trattenevano.
Dal basso si brindava alle loro movenze sinuose, ridendo con gli amici. Ormai più di un centinaio di persone affollava lo stabilimento, illuminato dal chiaro di luna e dalle fiaccole disposte intorno. Le luci brillavano in cima al palco, rischiarandoli.
Le aveva semplicemente detto che andava una festa. Si sarebbero sentiti l’indomani, amandosi. Senza spiegazioni dopo tre settimane.
Mimò il gesto a Monica e scese la scalette per fumarsi una sigaretta. Il vestito bianco lo fasciava in vita stringendolo più del solito. Raddrizzò il seno storto palpandolo deciso.
Fu quando appoggiò il filtro tra le labbra macchiandolo appena che riconobbe i suoi occhi. Tirò via la sigaretta ancora da accendere e fuggì. Tra sbuffi di sabbia alzati dal tacco bianco.
La Oxa lo bloccò all’ingresso del bagno. Riuscì a dire che stava bene, una rinfrescata, serata afosa.
La realtà è che Michela non sapeva nulla delle sue serate, soprattutto a pagamento. Della sua vita facile di notte. Trasformista e anonima. Non dopo tre settimane di relazione.
Doveva andarsene. Nonostante il vestito e la parrucca. A dispetto del trucco e del seno di nuovo stravolto. Malgrado tutte quelle persone con le quali mischiarsi. Il rischio di farsi scoprire così… così biondo!, avrebbe significato perderla. Forse per sempre.
Sostò allo specchio non guardandosi veramente. L’ombra gli passò accanto preceduta dal profumo. Lei gli sorrise allo specchio mentre era ancora paralizzato. «Bel vestito!» commentò con il lucidalabbra tra le dita. «Quando la moglie è in vacanza è un film che adoro! Lei… scusami, TU» e rise «sei semplicemente meravigliosa!».
Si mosse abbassando lo sguardo sulla borsetta solo quando Michela prese a disegnare il contorno delle sue labbra.
«Vi ho visto lassù, tutte quante. Ahhh, invidio la capacità di divertirvi e di trasformarvi. Ogni tanto vorrei avere anche io le sembianze di Marilyn o della Oxa qui fuori. Scambierei il mio essere donna vera con la tua ricetta stasera. Anche scaduta.»
Lui mugugnò con lo sguardo basso e le mani tremanti.
«Solo che poi…» continuò schioccando le labbra, ammirandosi «… Solo che poi chi glielo dice?»
Richiuse tutto nella borsetta, sistemò la gonna e gli passò di nuovo alle spalle sorridendo nello specchio. «Chi glielo dice al mio ragazzo che sta con una che di notte è morta da più di quarant’anni?» e rise. «Buonanotte Marilyn, buon lavoro!».
La scia del suo profumo era ancora lì quando Lorenzo salì in macchina, verso casa. Un’ora dopo.
Sarei entrato in una ricevitoria e avrei puntato tutto quello che possedevo in banca su noi due. Senza riflettere un istante. Avrei messo lo scontrino in tasca e i nostri figli avrebbero riscosso la cifra, dopo tutto. Magari il giorno dopo i nostri funerali. Sbancando il botteghino, sarebbero stati ricchi quanto lo ero stato io, con te.
Non sono tutte stronzate. Lo sai anche tu. Lo sai anche se te ne sei andata lasciando una scia di cazzate che ancora pervadono le stanze della nostra casa, ormai mia. Lo sai anche se in fretta hai messo tutto in una borsa dimenticando lo spazzolino e la cuffia per la doccia. E le tue pastiglie per il mal di testa. E qualcos’altro.
È tutto qui e nessuno mi ha mai chiesto se ho voglia di conviverci.
Per una moglie che ha dimenticato di salutare l’ultima volta e ha farfugliato frasi sconnesse con la sigaretta che le fumava intorno.
Sai quello che penso e sai anche come lo penso. Ti verrebbe da suggerire che non è così che deve andare, che non si comporta in questo modo un marito. Che una storia non è solo amore. Nel bene o nel male, non basta solo quello in una vita.
Ti rispondo che hai ragione, che sì, ti fottono appena ti distrai, ti sdraiano sull’asfalto con la violenza di un tir lanciato su un’autostrada, ti gelano il culo nel freezer in cui sei rinchiuso, ti bastonano e ti stuprano come in Arancia meccanica, senza telecamere e colonne sonore di sottofondo.
Ma non è così, sempre. E lo abbiamo appreso insieme.
A volte è possibile uscire fuori dalla scatola e scaldarsi al tepore di un camino, oppure aspettare che scatti il semaforo verde e udire lo stridore dei freni del camion, oppure farti trucidare fino al momento in cui non ritrovi la pistola che avevi in tasca, che hai sempre avuto, e sparare alla cieca tutte le cartucce, con la furia di un soldato con il culo allo scoperto.
A volte è possibile.
A volte lo fai.
A volte invece aggiungono dei cubetti di ghiaccio, te li mettono tra i denti, nelle orecchie, su per il culo. Puoi solo aspettare che aprano di nuovo lo sportello del freezer per guadagnare un po’ di calore, sperare che perdano tempo a cercare quello che devono e la condensa esca fuori, che il ghiaccio si sciolga un pochino. Né più né meno.
Noi avevamo trovato le nostre armi, per difenderci dico. Senza mai abbassare la guardia. Fino ad oggi. E i maniaci non ci avevano più rotto i coglioni, e il tir era fermo da tempo oramai. Poi è successo. Abbiamo mancato il bersaglio più volte: io non ho più attraversato la strada e tu… be’, tu hai girato la chiave del mastodonte e hai dato gas. Ho atteso che passasse, fermo al passaggio a livello di ciò che eravamo, ma tu eri corsa via ancora prima dell’ultimo rimorchio.
E ho dimenticato di ammirarti per l’ultima volta. E credo che non potrò mai più farlo ora. Non ho soldi per il biglietto di alcun treno, o per la benzina, ho investito tutto in un altro progetto e dovunque c’era scritta sempre la stessa cosa: felicità.
Ho speso tutto per una stupida scommessa, ricordi?
E poi, forse, il macchinista di nessun treno farebbe più fermate per me, da nessuna parte. A nessuna ora. In nessun luogo. E le rotaie seguirebbero un altro percorso rispetto al tuo, alla guida di quel camion. E le pareti sarebbero insonorizzate, i finestrini oscurati, per urlarti e guardarti l’ultima volta.
Sì, perché avrei voluto mostrarti il viso che conosci bene, che hai carezzato per anni, baciato per ore, che hai schiaffeggiato una sola volta.
Ovunque tu vada, sappi che avrei veramente scommesso su noi due lanciati al trotto sulla sabbia di una spiaggia, senza briglie, selvatici. Animali, entrambi, che mi hanno disarcionato come fossi stato… io. Senza te.
E allora torno ad attraversare quella strada e credo di udire molto vicino il rombo di un motore su di giri, da qualche parte. E credo anche che il freddo stia tornando. E i lividi, sono sicuro, aumenteranno.
Scommetto che ti vedrò ancora. Un attimo solo, lo so benissimo che sai guidare.
Allora, su, spingi quel pedale. Mostrami il muso del camion, ricordami cosa ho fatto. Ecco, così. Non sterzare, vieni dritto. Uccidi il mostro e non frenare. Non ti fermare a raccogliere quello che ho tra le dita, corri via.
Sì, perché quel giorno ho veramente puntato qualcosa e ho qui lo scontrino. Sopra c’è scritto noi e lo regalo al vento che non smetterà mai di rincorrerti.
Li avremmo sbancati e lo sai anche tu.
Non darti pensiero, sono solo scommesse.